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ToggleFringe benefit auto aziendali: il Decreto Bollette prova a correggere l’ennesimo pasticcio normativo. Ma la scadenza del 30 giugno rischia di creare nuove disuguaglianze.
Ci risiamo: governo e Parlamento ci riprovano. Dopo il piccolo “scivolone” nella seduta notturna al Senato – quando in fase di approvazione del decreto Milleproroghe si era persa per strada una misura importante per i Fringe benefit auto uso promiscuo – ora tocca al decreto Bollette rimettere le cose a posto.
In particolare, si tenta di reinserire una clausola di salvaguardia per evitare che dipendenti e imprese si ritrovino beffati per aver ordinato per tempo un veicolo da assegnare in uso promiscuo ai lavoratori, ma con consegna dopo la fine del 2024.
Aziende penalizzate per aver fatto le cose per bene?
Il problema della manovra 2025 è piuttosto semplice, e paradossale. Se un datore di lavoro ha prenotato un’auto aziendale con motore termico o ibrido prima del 31 dicembre 2024, quindi in piena regola con le normative in vigore ma l’auto viene consegnata nel 2025, a partire dal 1 gennaio scatterebbero le nuove regole: costi chilometrici rivisti (cioè, più alti) e tassazione fringe benefit auto più salato.
In pratica, si rischia di finire penalizzati nonostante si sia agito per tempo. Il classico “oltre al danno, la beffa”.
La clausola del Decreto Bollette che prova a sistemare il pasticcio
A cercare di mettere una pezza è ora un emendamento al decreto Bollette firmato da Marco Osnato, presidente della commissione Finanze della Camera. L’obiettivo? Salvare la situazione e reintrodurre la tutela per chi ha fatto tutto correttamente. Il testo prevede che per i veicoli concessi in uso promiscuo tra il 1° luglio 2020 e il 31 dicembre 2024, così come per quelli ordinati entro il 31 dicembre 2024 ma assegnati in uso promiscuo tra il 1° gennaio e il 30 giugno 2025, continuino ad applicarsi le vecchie regole fiscali.
Tradotto: niente nuove maggiorazioni per i costi chilometrici dei veicoli a benzina, gasolio o ibridi. Questo “bonus bollette” è una specie di “zona franca” per evitare che dipendenti e aziende si ritrovino a fare i conti con un regime fiscale più oneroso solo perché la macchina è arrivata qualche settimana dopo.
Occhio alla scadenza-trappola: 30 giugno 2025
Peccato che, anche qui, ci sia un limite. La data del 30 giugno 2025, fissata come termine ultimo per la consegna del veicolo, rischia di creare una nuova – e stavolta piuttosto grottesca – disparità.
Prendiamo due aziende: entrambe ordinano l’auto entro dicembre 2024. Solo che una riceve il veicolo a maggio 2025, l’altra a luglio. Indovinate chi paga di più? Esatto: quella che ha avuto la sfortuna di subire ritardi. Come se il rispetto delle scadenze non bastasse più, ora bisogna anche sperare che il concessionario o il fornitore non si metta di traverso.
Il criterio è l’ordine, non la consegna dell’auto
E qui entra in gioco il vero punto critico della questione: il presupposto giuridico per godere del vecchio regime fiscale è la data dell’ordine, non quella della consegna.
Dunque, legare il beneficio a un termine fisso come il 30 giugno è un controsenso. Anzi, è un modo per creare confusione e possibili contenziosi, colpendo imprese che hanno fatto le cose per bene ma vengono penalizzate da tempi tecnici che non controllano.
La buona notizia è che togliere questo paletto non dovrebbe comportare nessun impatto sulle coperture finanziarie. La Ragioneria dello Stato ha già bollinato i numeri al momento dell’approvazione del Milleproroghe: 8,3 milioni di euro per il 2025, 9,5 milioni per il 2026 e il 2027, e 1,2 milioni per il 2028.
Queste cifre sono calcolate proprio sugli ordini già effettuati dalle aziende, quindi non si rischierebbe nessuna voragine nei conti pubblici. Tradotto: il margine per sistemare la norma c’è, e farlo significherebbe semplicemente evitare una beffa doppia, per chi ha rispettato tempi e regole e ora si vede recapitare un aumento fiscale non previsto.
Riusciranno nell’impresa?
Insomma, tutto sta a vedere se Parlamento e governo riusciranno davvero a raddrizzare il tiro, questa volta con la lucidità necessaria per evitare nuovi pasticci.
Anche perché, a giudicare dai precedenti, con le auto aziendali date in uso promiscuo pare che la retromarcia sia sempre dietro l’angolo. Speriamo solo che almeno questa volta non resti inserita per sbaglio.
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Photo credit: Pavel Danilyuk